PAESAGGI STORICI DEL MANDAMENTO DI SONDRIO:
TEMI, STRUMENTI E PROSPETTIVE
Il corso Paesaggi storici, promosso dalla Comunità Montana Valtellina di Sondrio nell’ambito del progetto Radici e diretto da Massimo Della Misericordia (ordinario di Storia medievale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca), esplora l’evoluzione del paesaggio della media Valtellina nel contesto alpino.
Articolato in due edizioni successive, realizzate in concomitanza con le diverse fasi del progetto, il ciclo di lezioni ricostruisce il rapporto tra comunità e ambiente, dalla preistoria alle trasformazioni dell’età contemporanea.
Attraverso il contributo di studiosi di diverse discipline, il paesaggio viene interpretato come esito dinamico di attività economiche, relazioni sociali, pratiche culturali e rappresentazioni simboliche, offrendo al pubblico strumenti per comprendere la storia e le peculiarità del territorio nel più ampio quadro lombardo e alpino.
Lezioni Radici 2
CICLO DI INCONTRI 2025/2026: LE FORME STORICHE DEL PAESAGGIO DEL MANDAMENTO DI SONDRIO NEL CONTESTO ALPINO
Il tema del paesaggio accompagna, in modi che sono profondamente cambiati nel tempo e nel quadro di più generali mutamenti culturali, la scrittura storica, forma eminente del discorso locale, a partire dal XIV secolo. Già le prime cronache sondriesi ricordano catastrofi, situazioni climatiche eccezionali (portatrici di carestie), diritti esercitati sulle risorse. È una prospettiva puntuale e incentrata sull’evento nella sua singolarità, destinata ad ampliarsi nella visione di uno spazio ecologico strutturato solo nei successivi testi di gusto antiquario del XVI-XVII secolo, che cominciano ad assumerne alcuni elementi, ad esempio il vigneto, come tipici del territorio. Con un nuovo cambio di paradigma, ridimensionando il peso di ricostruzioni ancora fantasiose ad esempio del primo popolamento, si approderà alla raccolta di documentazione, estremamente precisa e varia, riguardante diritti privati e collettivi sui monti, boschi e altri luoghi, frutto del lavoro del notaio morbegnese C. G. Fontana, esemplare dell’attitudine erudita e classificatoria del Settecento. Anche gli autori che, fra Sette e Ottocento, fondano il canone della storia della Valtellina (Lavizzari, Quadrio, Romegialli, cui si può accostare Crollalanza per la Valchiavenna), non mancano mai di introdurre i fatti con un quadro ambientale, secondo una sensibilità che muta aprendosi al gusto romantico e al mito del progresso, ma che d’altra parte verrà ritenuta troppo rigida nel giustapporre, senza integrare appieno, prospettiva storica e prospettiva geografica. Il definirsi di una storiografia di stile accademico, con E. Besta (1874- 1952), porrà l’esigenza, infatti, di nuove forme per questo rapporto, superando definitivamente il tradizionale genere corografico e offrendo i primi contributi documentati, ancorché isolati, per una storia delle miniere o dell’alpeggio. L’ultima fase considerata sarà quella che si apre negli due/tre decenni finali del Novecento, quando la ricerca sul passato si arricchisce di nuove attenzioni per le specificità, le trasformazioni e le fragilità, anche nel presente, della montagna.
Il Museo Valtellinese di Storia e Arte (MVSA) custodisce un patrimonio che racconta la Valtellina non solo come luogo geografico, ma come paesaggio culturale, frutto dell’intreccio tra natura, arte, storia e identità. Le collezioni – dalle testimonianze archeologiche ai cicli pittorici rinascimentali, dalle opere degli artisti del Novecento fino ai materiali etnografici – mostrano un territorio plasmato dall’uomo e al tempo stesso capace di generare visioni artistiche e narrative originali.
Negli ultimi anni il museo ha dedicato particolare attenzione al tema del paesaggio, approfondendolo attraverso diverse prospettive. Sul piano artistico ha promosso mostre monografiche come quelle dedicate a Vaninetti e Punzo, oltre a esposizioni collettive come "Accordi di paesaggio", che hanno esplorato la rappresentazione del territorio nel Novecento. Parallelamente, le mostre fotografiche hanno offerto l’opportunità di riflettere sui cambiamenti della città e sull’evoluzione del paesaggio urbano. Il tema è stato affrontato anche in chiave archeologica, con progetti che, attraverso gli scavi, permettono di viaggiare tra le epoche e di collegare le diverse collezioni della permanente.
Il MVSA si propone così come osservatorio privilegiato per leggere le trasformazioni della Valtellina: un paesaggio alpino che diventa spazio culturale, comunitario e simbolico, in cui la memoria del passato dialoga con le domande del presente.
Il Parco delle Orobie Valtellinesi è un’area protetta regionale di circa 440 kmq, che si estende dai 1400 m di quota fino al crinale di confine con la bergamasca sul filo dei 3000 m.
Un enorme scrigno di biodiversità e di paesaggi, che possono essere letti a scale spaziali e temporali differenti. Un palinsesto di facile lettura se si hanno gli strumenti adatti per interpretarlo.
Il Parco è chiamato istituzionalmente a preservare il paesaggio e la biodiversità, in un contesto sociale caratterizzato dall’abbandono della montagna e dalla costante pressione per usi “alternativi” dell’alta quota.
Da qui la necessità di una veloce disamina della normativa entro cui l’Ente si deve muovere, non solo quella più propriamente paesaggistica ma anche quella più spiccatamente destinata alla conservazione della biodiversità, perché nel Parco paesaggio e biodiversità si fondono
Quando si parla di paesaggio non si può non prendere in considerazione il fattore tempo, ma anche i nostri ambienti naturali subiscono l’effetto del tempo; in una fase di abbandono della montagna, della cura dei boschi, dei maggenghi e dei pascoli gli habitat si modificano.
Molti dei nostri ambienti sono fortemente legati alla presenza antropica e laddove la presenza non è più garantita il Parco deve intervenire surrogando alla cura dei boschi e degli alpeggi con interventi specifici.
Verranno presentati alcuni esempi recenti di interventi selvicolturali atti a ricreare artificialmente l’ambiente ideale per il gallo cedrone e interventi atti a ripristinare la biodiversità di alcuni particolari pascoli alpini.
Il popolamento umano delle Alpi nel Neolitico e nell’età del Rame, pur dovendo affrontare ambienti e morfologie spesso ostili all’insediamento permanente, procedette secondo tempi e modalità non dissimili da quelli osservati in contesti di pianura. Si trattò, con ogni probabilità, di un processo in cui la componente di adattamento all’ambiente presentava caratteri forse più marcati che in pianura, dovendo fare i conti con caratteristiche ostative come l’acclività, la maggiore o minore irradiazione solare, la quota relativa rispetto ai fondovalle, la distanza dalle vie naturali di percorrenza etc. L’occupazione dell’ambiente predilesse dapprima aree caratterizzate da suoli leggeri, spesso coincidenti con la linea di contatto tra ecotoni diversi, in cui lo sfruttamento di risorse naturali diversificate in senso altimetrico integrava una sussistenza basata principalmente sulla cerealicoltura e l’allevamento di animali domestici. In questo quadro giocava già un ruolo preminente la prossimità alle vie di comunicazione (principalmente le idrovie) che garantiva agevoli relazioni intersocietarie alla scala locale e, in una prospettiva allargata, a quella regionale al di qua e al di là del principale discrimine alpino. La costruzione del paesaggio antropico da parte delle prime comunità di agricoltori e allevatori (seconda metà del VI millennio a.C.) consistette essenzialmente nella deforestazione di aree pianeggianti alle medie quote e in forse limitate infrastrutturazioni (“strade”, terrazzamenti). Con l’età del Rame, forme di insediamento caratterizzate da una maggiore mobilità sembrano abbastanza ubiquitariamente documentate in area alpina, ma ad esse si accompagna, a partire dalla fine del IV millennio a.C., la fondazione di luoghi di culto a sfondo funerario che evolvono in santuari a statue stele antropomorfe, ben attestati in Valcamonica e in Valtellina, ma anche in Trentino-Alto Adige, ad Aosta e nelle Alpi Apuane (Lunigiana). Il carattere monumentale di questi luoghi di culto, e la sottesa ideologia dell’antenato, eroe ecista e civilizzatore, marca il primo importante atto di consapevole costruzione di un paesaggio di potere e di culto destinato in alcuni casi a perdurare fino all’avanzata protostoria.
La presentazione affronta il ruolo delle tecnologie digitali nel rilievo, nella documentazione e nella valorizzazione del paesaggio archeologico alpino, con particolare attenzione a esperienze maturate tra Valtellina e Valcamonica. Verranno illustrati, attraverso casi di studio e applicazioni concrete, diversi interventi su contesti rupestri, cultuali, naturali e ipogei, finalizzati a mostrare la gamma completa di possibilità offerte dalle tecniche di rilievo 3D con droni, laser scanner, fotogrammetria e GIS. I prodotti ottenuti si caratterizzano per la loro versatilità d’impiego, rivelandosi strumenti fondamentali non solo per la ricerca scientifica, lo studio e la conoscenza del paesaggio alpino e per l’archeologia del territorio e dei paesaggi, ma anche per la tutela e la conservazione, il restauro, la progettazione tecnica e il monitoraggio, fino alla valorizzazione e alla comunicazione verso il pubblico. Questi strumenti operano a supporto delle amministrazioni pubbliche, locali e statali, e dei soggetti privati coinvolti in tutta la filiera che va dalla ricerca alla divulgazione. Modelli 3D, nuvole di punti, ortofotopiani, digital twin e piattaforme interattive diventano così risorse operative per enti, musei, università e comunità, capaci di integrare esigenze scientifiche, gestionali e divulgative. L’obiettivo è mostrare come l’uso consapevole delle tecnologie digitali possa potenziare la conoscenza e la gestione del patrimonio culturale alpino, rafforzando al tempo stesso il dialogo tra ricerca, istituzioni e territorio.
La lezione si svilupperà inizialmente illustrando le modalità della pratica archeologica nel territorio per rispondere alla fatidica domanda “ma come fate a sapere dove scavare”. Nel caso di Berbenno verranno illustrati i passaggi chiave che peraltro sono quelli necessari per qualsiasi opera pubblica. Il primo passaggio è quello della redazione della verifica preventiva dell’interesse archeologico, documento in base a cui la competente Soprintendenza può effettuare la richiesta di realizzare saggi preventivi. Successivamente vengono realizzati i saggi che danno esito positivo, ossia viene riscontrata la presenza di stratigrafia di interesse archeologico. Viste le risultanze dei saggi la Soprintendenza richiede che lo sbancamento venga effettuato con l’assistenza di un archeologo professionista, situazione che porta alla scoperta integrale del sito.
Successivamente la lezione mostrerà le metodologie operative applicate in cantiere partendo da una sommaria spiegazione del metodo stratigrafico per concludere con le tecniche di rilievo impiegate.
Infine verrà illustrata in modo diacronico la sequenza stratigrafica documentata, a partire dalle tracce più antiche (neolitico/eneolitico) fino a quelle più recenti di età storica.
I tempi lunghi delle interazioni ecologiche e le innovazioni della ricerca
La storia ambientale del grande bacino vallivo alpino della Valtellina è al tempo stesso una storia naturale, prodotta dalla dinamica geologica, climatica e degli ecosistemi, ed una storia di interazioni antropiche. Queste ultime si sviluppano soprattutto nel corso degli ultimi 7 millenni e risultano determinanti nell’ultimo millennio. Questo contributo presenta dunque un punto di vista di carattere geoecologico storico. Ci apprestiamo cioè ad affrontare la ricostruzione della sequenza degli eventi che hanno contribuito a modellare il paesaggio attuale, interpretando l’interazione costruttiva tra gli effetti di fattori naturali ed antropici.
Le ricerche geoecologiche storiche studiano archivi naturali, depositi formati da processi sedimentari naturali (laghetti, paludi, torbiere, depositi glaciali, fluviali, di versante, di grotta, anelli degli alberi e strati di ghiaccio nei ghiacciai). Alcuni archivi naturali, scelti perché ricchi di indicatori (proxies) e ben databili, vengono esplorati tramite carotaggi e saggi di scavo, dopodiché in laboratorio si studiano tali indicatori geopedologici (detrito minerale, proprietà magnetiche, geochimiche, ecc.) ed ecologici (micro e macrobotanici come carbone, polline, alghe e funghi, resti vegetali, fitoliti, nutrienti, ecc.). Le narrative ottenute dagli archivi naturali si interfacciano, tramite la cronologia, con archivi archeologici e storici presenti sul territorio, e in seguito con altri dati a carattere regionale e continentale, per identificare correlazioni climatiche a scala ampia.
Grazie all’attività di università, enti di ricerca e a progetti territoriali, come il progetto “Radici”, disponiamo oggi di un discreto numero di archivi naturali studiati in Valtellina, che compongono una storia ecologica degli ultimi 18 mila anni. La presentiamo qui per sommi capi, tentando anche uno stimolante parallelo con l’adiacente Valle Camonica. In particolare, recenti indagini in Valmalenco fanno luce su uno degli eventi ancora oscuri nelle Alpi: l’impostazione, tra il IX e il X secolo AD, delle traiettorie ecologiche (dinamiche di sfruttamento forestale, pastoralismo, attività mineraria) che conducono al paesaggio attuale.
Infine, si evidenzia l’importanza di tutelare sia il biota vivente che il patrimonio paleoecologico conservato negli archivi naturali.
I ghiacciai rappresentano importanti archivi naturali delle variazioni climatiche del passato. Attraverso lo studio delle loro dimensioni, delle morene e delle carote di ghiaccio, gli scienziati possono ricostruire l’evoluzione del clima terrestre su scale temporali che vanno da decenni a centinaia di migliaia di anni. Nelle Alpi, le fluttuazioni glaciali documentano periodi di espansione durante le ere glaciali e fasi di ritiro legate ai periodi interglaciali e al recente riscaldamento globale. I ghiacciai alpini, oggi in forte regressione, sono indicatori sensibili delle variazioni di temperatura e precipitazioni. In Antartide, le carote di ghiaccio profonde oltre tre chilometri contengono bolle d’aria intrappolate che forniscono informazioni dirette sulla composizione atmosferica del passato, inclusi i livelli di anidride carbonica e metano. Questi dati mostrano una stretta correlazione tra gas serra e temperature globali. La Groenlandia offre anch’essa preziosi archivi climatici: le sue calotte glaciali rivelano bruschi cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi 120.000 anni, come gli episodi di riscaldamento rapido noti come eventi di Dansgaard-Oeschger. Nel complesso, lo studio comparato di Alpi, Antartide e Groenlandia permette di comprendere meglio la dinamica del clima globale, l’impatto antropico sugli ecosistemi glaciali e l’urgenza di azioni concrete per mitigare il riscaldamento in corso.
Il contributo si articola in due momenti distinti e si propone dapprima di illustrare, entro una cornice introduttiva e di sostegno interpretativo, i principali scopi e metodi dell’archeozoologia, la disciplina che studia il rapporto tra esseri umani e animali nel passato attraverso l’analisi dei resti faunistici che si rinvengono in contesti archeologici. La seconda parte dell’intervento è dedicata all’esposizione dei risultati preliminari relativi allo studio della fauna raccolta durante gli scavi condotti tra il 2021 e il 2022 dall’Università degli studi di Bergamo nel Castello di Caspoggio (SO). In modo particolare, si presenta la fauna emersa da un contesto estremamente significativo per l’acquisizione di ulteriori informazioni sullo sfruttamento delle risorse animali e sulla distribuzione delle specie domestiche e selvatiche in contesti di abitato della Val Malenco medievale: la discarica del castello, che si pone tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo.
Dopo una breve introduzione dedicata al processo di romanizzazione delle valli delle Alpi Centrali (di cui si esporranno sinteticamente significato, tempi e modalità), la lezione sarà incentrata sulla ristrutturazione politico-amministrativa e sulle trasformazioni culturali che tale processo produsse nella Valtellina; il caso valtellinese sarà studiato in un’ottica comparatistica di confronto con altre realtà centro-alpine, e in una prospettiva diacronica corrispondente all’intera età romano-imperiale. In particolare, verranno affrontati i seguenti temi e problemi: la viabilità, verticale e orizzontale; la mobilità, civile e militare; il popolamento e la geografia insediativa; i fenomeni acculturativi attestati dalle evidenze archeologiche e linguistiche.
L’accertata coltivazione delle cave di pietra ollare della Valmalenco nell’alto medioevo (con isolate testimonianze già nel tardo antico) attesta a sua volta la presenza in loco di figure in grado di gestire la complessità degli aspetti tecnici ed economici legati a tale processo. Il pur limitato numero di manufatti così risalenti ad oggi noti (ma in progressiva crescita) con provenienza certa da cave della Valmalenco, nonché la conoscenza del sistema integrato di cavatura-lavorazione-distribuzione – che inizia a profilarsi grazie alla mappatura sistematica delle cave e delle vie di collegamento antiche – sin d’ora attestano che sul territorio vi era un’organizzazione della filiera della pietra ollare basata su criteri di sostenibilità economica e, dunque, di entità tale da garantire guadagno ai promotori, grazie a una richiesta adeguata rispetto all’offerta di prodotti.
Entro questa prospettiva di ricerca, le progressive conoscenze archeologiche hanno spinto a rileggere le fonti edite (soprattutto quelle di epoca carolingia) e a ricercare ‘nuove’ fonti scritte relative a quel territorio montano, più risalenti rispetto a quelle sino ad oggi note. In particolare, nuove acquisizioni documentarie del XII secolo (attestanti situazioni patrimoniali ben più risalenti) sono derivate da un progetto di ricerca condotto sul Quaternus memorie et chartarum dell’ospedale di San Romerio e di Santa Perpetua di Tirano: cartulario prodotto nel 1244 dal notaio Ruggero Beccaria con l’obiettivo di copiare e autenticare i documenti più antichi comprovanti diritti e titoli di possesso dell’istituzione assistenziale.
Negli ultimi secoli del medioevo in Valtellina e nelle valli contermini inizia un periodo, prolungatosi nel corso dell’età moderna, in cui il paesaggio è essenzialmente frutto della presa sul territorio in particolare dei soggetti locali. Non è sempre stato e non sarà sempre così: per l’alto medioevo oggi si sottolinea in modo particolare l’incisività dei poteri pubblici; nei secoli centrali del medioevo è stato dimostrato il ruolo rilevante esercitato da prestigiosi enti ecclesiastici (anche molto lontani dalla valle) e poi dalle forze economiche urbane. Dall’Ottocento grandi iniziative di bonifica e modificazione dei corsi fluviali, di collegamento stradale o di tutela dell’ambiente saranno promosse dallo stato, in certi casi in collegamento con privati intraprendenti. In una lunga fase intermedia si era consolidata, invece, una rete di rapporti a scala locale: si afferma la piccola proprietà contadina e quella comunale, per alcuni aspetti in simbiosi fra loro; alcune famiglie potenti controllano terre, pascoli, miniere, ma senza poter imporre un monopolio; anche le unità abitative minime come le contrade diventano uno snodo cruciale delle interazioni società-contesto ecologico. La stessa ricostruzione storica coeva, che si già visto includere in modi diversi l’ambiente nel suo racconto, elaborò forme specifiche di testimonianza della capillarità di questi diritti condivisi e contesi a livello locale.
L’intervento si concentrerà sul grande processo di infrastrutturazione bassomedievale della montagna lombarda e, in particolare, valtellinese: strade, ponti, strutture di accoglienza, torri lungo le vie di passaggio cambiano il volto della montagna, che diviene sempre più percorsa, antropizzata e persino “destagionalizzata”, cioè resa transitabile anche d’inverno. Alcuni casi studio sono presi in esame, come le vie delle scale di Bormio e di Chiuro. La riflessione si apre anche su come questa grande opera di infrastrutturazione abbia cambiato il paesaggio in maniera più ampia. Infine, si rifletterà sull’infrastrutturazione bassomedievale della montagna come eredità culturale, da conservare e valorizzare.
Fra gli elementi che, a partire dai secoli medievali, hanno contribuito a forgiare la fisionomia dei territori montani, caratterizzati da paesaggi molto più antropizzati di quanto una visione ingenuamente “naturalistica” potrebbe fare intendere, figurano sicuramente gli enti ospedalieri. Le disparate funzioni da loro espletate – assistenziali, religiose, economiche, viarie – spiegano la forte attrazione esercitata da tali strutture sulla società del tempo. Nei secoli di mezzo, un ospedale di montagna serviva infatti non solo a fornire ricovero ai viaggiatori, a curare feriti e malati, a erogare elemosine, ad accogliere bambini, anziani e altre miserabiles personae del circondario come di luoghi più lontani, ma anche a veicolare la diffusione di culti, a manutenere strade, ponti e altre strutture di passaggio, a difendere e controllare il territorio, a celebrare – simbolicamente e materialmente – l’unione di una comunità. Il tutto in contesti di passo e vallivi che entravano nell’immaginario della popolazione locale così come dei forestieri attraverso tracce scritte, visive, sonore. Nel mio intervento vorrei soffermarmi su alcuni degli elementi a mio parere più meritevoli di riflessione intorno al significato rivestito dagli ospedali nella conformazione fisica, umana, immaginifica della montagna medievale, con un affondo sull’area più specificamente valtellinese.
L’intervento considererà l’argomento del pomeriggio – le multiformi mobilità alpine – nella prospettiva delle rappresentazioni culturali.
In primo luogo si tornerà a quel genere di cui si è già sottolineata l’influenza nel consolidare associazioni fra l’identità valtellinese e le peculiarità di un paesaggio: la storiografia. All’interno delle scansioni di lungo periodo che si sono proposte nel corso del primo incontro per le scritture sul passato, si verificheranno le tensioni fra la localizzazione delle pratiche o dei diritti e la transitabilità, seguendo ad esempio il rinnovarsi nel tempo del tema delle strade. La specifica integrazione fra i diversi ambienti della montagna, alla scala della singola comunità come dell’intera valle dell’Adda, connessa alla specializzazione del lavoro e alla mobilità stagionale fra quote, versanti, livelli di montagna e di fondovalle, verrà esaminata soprattutto attraverso la prima opera che intreccia le vicende politico-militari ad una ricca descrizione del contesto, il De rebus Vallistellinae di Giovanni Tuana (1589-1636).
Gli orientamenti e i posizionamenti nel territorio non sono, d’altra parte, oggetto di elaborazione solo nelle opere degli intellettuali; anche nelle scritture documentarie l’espressione spaziale conosce momenti di significativo incremento qualitativo. Si proporrà, a questo proposito, il caso del linguaggio della documentazione comunale del Bormiese fra tardo medioevo e prima età moderna, nel suo rapporto con le pratiche del territorio abitato e lavorato dalla popolazione o attraversato dalle merci, e con le modalità comunicative che si sono consolidate nella tradizione dialettale.
Quello della Valtellina medievale era un paesaggio punteggiato di castelli e strutture fortificate di vario tipo, frutto di una lunga stratificazione e competizione per i poteri e per il controllo del territorio e degli assi viari. Nonostante ciò, queste strutture risultano per certi versi fuggenti nelle fonti scritte, comparendo di rado e spesso in maniera indiretta.
Eppure queste strutture erano centrali all’interno dei rapporti tra Valtellina e i poteri a essa sovraordinati, ma anche nelle dinamiche di potere interne alla valle. Strutture di varia conformazione e consistenza, come ci dimostrano le ricerche archeologiche in corso, in grado di plasmare l’abitato e la spazialità circostante, svolgendo un ruolo di attrazione, soprattutto a livello sociale. Spazi entro i quali si costruivano e alimentavano le relazioni e i rapporti tra i membri del notabilato locale.
La ricerca in corso mira a ricostruire la dimensione sociale oltre che fisica delle fortificazioni valtellinesi ponendo attenzione ai circuiti di ‘sociabilità’ che si costruivano all’interno e intorno all’habitat fortificato della valle.
La Valtellina alto e pieno medievale era caratterizzata da forme molto differenti di abitato. Tra queste una di quelle più rappresentative del medioevo sono sicuramente gli insediamenti fortificati, i castelli, i quali più di tutti andarono a caratterizzare la monumentalità del paesaggio medievale. Tuttavia bisogno prestare molta attenzione a come si declina il termine di castello: molte furono le fortificazioni nel corso dei secoli compresi tra il V e il XV, e altrettante le loro forme e, soprattutto, le loro funzioni. Nel corso della lezione si mostreranno vari esempi provenienti dai più recenti scavi archeologici di siti fortificati che vanno dalla tarda antichità (V-VI secolo d.C.) al bassomedioevo (XIII-XIV secolo d.C.). Si mostreranno le loro differenze formali e funzionali. Si mostrerà l’evoluzione della cultura materiale presente all’interno di castra e castelli. Si ragionerà sulle funzioni delle fortezze dai grandi centri amministrativi di età tardo romana, ai castelli di popolamento pieno medievali, fino alle residenze fortificate aristocratiche tipiche degli ultimi secoli del medioevo. Uno sguardo apposito sarà dedicato anche ai villaggi e alle forme aperte dell’abitato: dalle sfuggenti forme altomedievali, ricostruibili soprattutto a partire da casi di confronto da aree vicine e dalle fonti documentarie, fino ai nuclei rurali che si andarono a sviluppare sempre più a partire dal XIII e XIV secolo.
Alla fine del medioevo era fatto normale che un comune rurale potesse essere un’entità territorialmente articolata, comprendente più villaggi. Nella montagna lombarda, con frequenza, gli insediamenti “minori” rispetto al capoluogo prendevano il nome di contrade. Queste ultime potevano vantare talora un apprezzabile peso demografico, una certa stratificazione sociale, proprie risorse collettive, una capacità di azione economica e politica riconosciuta. Più a sud, nell’alta pianura, il compito di designare unità insediative prive della dignità di comune autonomo era invece in genere affidato al termine cascina. Si trattava a volte poche case contadine, altre volte di veri e propri villaggi, dotati di una propria chiesa e una certa complessità sociale ed economica. Ancora più a sud, nella pianura irrigua, il medesimo termine – cascina – si applicava a realtà pure sempre caratterizzate dall’assenza di uno status comunale, ma dal punto di vista insediativo e sociale ancora diverse: perché davvero in questo caso riconducibili a ciò che oggi più comunamente intendiamo per cascina, ovvero un «complesso di fabbricati distinti raccolti attorno ad un grande cortile» (così il vocabolario Treccani), e perché indissolubilmente legate all’iniziativa di grandi proprietari esterni alla società locale.
L’intervento si propone di illustrare in maniera comparativa le caratteristiche di questi diversi insediamenti infracomunali, soffermandosi in maniera particolare sui modi – più o meno conflittuali, e cangianti nel tempo – del loro rapporto con le istituzioni del comune rurale. Al centro dell’attenzione saranno quindi le forme con cui gli abitanti di contrade e cascine poterono agire all’interno delle istituzioni comunitarie, e rappresentare il loro ruolo in esse; così come le iniziative che talora poterono portare alla creazione di veri e propri comuni autonomi.
La storia della nascita dell’alpinismo è raccontata secondo uno schema che si ripete uguale da due secoli. All’origine ci sarebbe la grande scoperta razionalista delle Alpi quali laboratorio della natura: una rivoluzione che avrebbe schiuso all’uomo territori inesplorati che le rozze popolazioni alpine popolavano di superstizioni. La passione settecentesca per l’alta montagna avrebbe quindi aperto la strada alla conquista cittadina delle cime e all’invenzione dell’alpinismo.
Controstoria dell’alpinismo rovescia questo modo di guardare alle Alpi e alla storia della frequentazione delle terre alte. Ricostruendo decine di salite compiute tra Sei e Ottocento da cacciatori, raccoglitori di cristalli, artigiani, garzoni di monasteri, notabili di villaggi e religiosi, il libro documenta come l’alpinismo trovi le sue radici nella cultura e nella società alpina e i suoi ‘inventori’ nelle popolazioni che hanno abitato le nostre Alpi.
La storia dell’alpinismo ne risulta riscritta dalle basi e tutti i suoi eventi fondatori assumono così una luce completamente diversa.
La presentazione si propone di riesaminare tutti i reperti in pietra ollare documentati nei 44 siti archeologici valtellinesi esplorati dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia tra il 1980 e il 2012. Obiettivo della ricerca è la definizione di un possibile utilizzo di due litotipi di pietra ollare, rocce talcose e carbonatiche di colore grigio-azzurro e cloritoscisti di colore verde, entrambi presenti nelle aree alpine valtellinesi ma anche in quelle della Valmalenco, già a partire dai secoli altomedievali, e quindi, di verificare la possibilità di retrocedere di alcuni secoli la datazione rispetto a quanto finora indicato negli studi locali e specialistici di archeologia, che attribuiscono la fase iniziale delle attività produttive della pietra ollare in Valmalenco al medioevo con un loro incremento nella prima età moderna. Per verificare questa ipotesi, sono state realizzate azioni pluridisciplinari con un focus sul riesame di tutti i reperti in pietra ollare altomedievali e medievali, in particolare quelli restituiti dai contesti urbani di scavo archeologico di Sondrio e di tutta la Media, Bassa e Alta Valle ma alla quale sono state agganciate una serie di azioni che il progetto ha programmato di realizzare sia sul terreno che negli archivi del territorio lombardo. A questo primo consistente gruppo di oggetti, sono stati aggiunti altri reperti conservati al Museo Archeologico di Sondrio–MVSA, insieme ad altri contenitori in pietra ollare e strumenti legati alla loro tornitura, di interesse più etnografico, provenienti dalla Valmalenco. Per identificare con rigore e metodo scientifico l’area di estrazione dei recipienti è stato coinvolto il Dipartimento di Geologia (Università di Milano–Bicocca) per determinare la composizione mineralogica e chimica dei singoli manufatti e di conseguenza per risalire alle possibili aree di estrazione. Le analisi archeometriche hanno consentito di realizzare una banca dati dei litotipi impiegati e nel contempo di comprendere se campioni selezionati potevano essere ricondotti alle rocce delle cave esistenti in Chiavenna e nel suo territorio o se, come ipotizzato, già localizzate in Valmalenco a Chiesa, a Lanzada, in val Lanterna o nella limitrofa val Masino.
Dai secoli finali del medioevo fino alle soglie della contemporaneità, un flusso di ovini e bovini ampiamente diffuso sul territorio, orientato secondo direttrici molteplici, ha collegato i prati e i pascoli della montagna lombarda con la media e, soprattutto, con la bassa pianura in via di grandiosa trasformazione. Dopo aver presentato le dinamiche essenziali di funzionamento e l'evoluzione del fenomeno, l’intervento discuterà l’inserimento dello spazio valtellinese in questa fitta trama di spostamenti, ritorni, ancoraggi provvisori e definitivi radicamenti, portando l’attenzione su alcuni fenomeni che rendono l’area in questione un caso di studio particolarmente interessante: tra di essi, l’estensione e la durata nel tempo dei beni collettivi delle comunità montane; il raccordo funzionale con le valli contermini e con aree specifiche della pianura padana; la diversità – per certi versi radicale – rispetto a coevi e non meno caratterizzanti flussi legati agli spostamenti animali di corto, medio e lungo raggio in altre regioni dell’area mediterranea. Nuovi spunti e nuove precisazioni emergono intorno alla cronologia e sulla geografia dei fenomeni presi in considerazione, assieme a nuovi elementi utili per l’indagine sull’identità e sui profili socioeconomici degli uomini coinvolti.
Tra gli aspetti che hanno risentito di questi mutamenti, uno dei più peculiari è la cosiddetta deissi ambientale, una forma di ancoraggio spaziale che è stata individuata e studiata per molte lingue e dialetti delle Alpi. Nella deissi ambientale, dimensioni quali l’asse verticale (‘su/giù’) e quello “orizzontale” – ossia ‘dentro/fuori’, in relazione alla direzione del corso d’acqua che percorre una valle – sono espresse tramite avverbi locativi, non di rado combinabili tra loro in avverbi “multidimensionali” più o meno complessi. I riferimenti spaziali così ottenuti non sono né oggettivi, né solamente legati alla posizione soggettiva del singolo parlante, bensì si collocano in una mappa mentale del territorio che è condivisa dai membri di una comunità.
Comparando i dati valtellinesi e valchiavennaschi con quelli di altre aree alpine, emergono alcune possibili generalizzazioni sulla struttura di questi sistemi e sul loro legame inscindibile con i percorsi di monticazione, lo sviluppo storico degli insediamenti di media montagna e altre pratiche secolari di utilizzo del territorio montano.
Nel corso del XX secolo, le comunità alpine hanno vissuto mutamenti economici e sociali di portata epocale. Il progressivo abbandono delle attività del settore primario, la scolarizzazione di massa, la diffusione della lingua italiana e di una visione cartografica e cartesiana dello spazio, in precedenza estranea alle culture popolari, hanno accelerato la perdita degli elementi con cui tali culture esprimono, nei rispettivi dialetti e lingue locali, l’orientamento nello spazio.
Tra gli aspetti che hanno risentito di questi mutamenti, uno dei più peculiari è la cosiddetta deissi ambientale, una forma di ancoraggio spaziale che è stata individuata e studiata per molte lingue e dialetti delle Alpi. Nella deissi ambientale, dimensioni quali l’asse verticale (‘su/giù’) e quello “orizzontale” – ossia ‘dentro/fuori’, in relazione alla direzione del corso d’acqua che percorre una valle – sono espresse tramite avverbi locativi, non di rado combinabili tra loro in avverbi “multidimensionali” più o meno complessi. I riferimenti spaziali così ottenuti non sono né oggettivi, né solamente legati alla posizione soggettiva del singolo parlante, bensì si collocano in una mappa mentale del territorio che è condivisa dai membri di una comunità.
Comparando i dati valtellinesi e valchiavennaschi con quelli di altre aree alpine, emergono alcune possibili generalizzazioni sulla struttura di questi sistemi e sul loro legame inscindibile con i percorsi di monticazione, lo sviluppo storico degli insediamenti di media montagna e altre pratiche secolari di utilizzo del territorio montano.
L’individuazione di una “identità locale” valtellinese mediante specifiche “pratiche e culture alimentari” è operazione oggi assai diffusa nei mezzi di comunicazione, soprattutto a fini di promozione turistica, ma non è scontata né necessariamente corretta. L’intervento affronta la questione della “gastronomia valtellinese” come strumento “identitario” ma ricorrendo a un concetto meno totalizzante come il “senso di appartenenza comunitario e territoriale” storicamente acquisito per l’intera valle ma, al contempo, per sue singole porzioni (come il Mandamento di Sondrio).
Tale analisi valuta come le diverse condizioni ambientali, peraltro mutate nel corso del tempo (si pensi soltanto alla Piccola età glaciale dell’Età moderna) e le conseguenti forme di uso del suolo e di attività agro-pastorali nonché i fondamentali rapporti di scambio, commerciale e culturale, con l’esterno (che suppliscono alla strutturale carenza di cereali ma spiegano anche l’introduzione di nuove colture che si sommano alle tradizionali o le sostituiscono, come il grano saraceno, il mais, la patata) hanno promosso, soprattutto nei secoli XVI-XIX, forme di alimentazione sì fondate su basi comuni all’intera area alpina ma pure sulle specifiche condizioni ambientali, politiche, sociali, culturali, tecniche che qui si sono formate e consolidate nel tempo. In particolare si mostrerà come alcuni preparati culinari che oggi sono considerati “identitari” hanno, in effetti, una documentata tradizione plurisecolare.
Un excursus storico di lungo periodo, che ricostruisca gli avvicendamenti intervenuti (come la diffusione medievale del castagno o l’aumento delle conifere in età moderna), le diversificate funzioni e la pratica sociale del paesaggio forestale alpino (come il pascolo arborato di larice, le forniture di legname per le grandi città di pianura, la produzione del carbone), consente di superare le forzature della “naturalità” e, nell’attuale fase di crescita spontanea determinata dall’abbondo dell’agricoltura, giungere all’identificazione di “boschi monumentali” per riconoscerne selettivamente e tutelare i valori storici, letterari, spirituali e toponomastici.
L’espressione “museo etnografico”, usata dai legislatori nel campo dei beni culturali, dagli antropologi e dagli storici, risulta ancora oggi generalmente opaca per la maggior parte dei cittadini, pensati come potenziali visitatori, nonostante la diffusione di queste istituzioni in Italia e in Lombardia sia cresciuta decisamente a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Da un lato la loro presenza è relativamente recente rispetto a quella dei musei d’arte, di archeologia, di storia, di scienze. Si aggiunga il ‘problema’ che l’etnografia non rappresenta una scienza o un ambito disciplinare del sapere affrontato - almeno consapevolmente - nella scuola di base e nella maggior parte degli indirizzi dell’istruzione superiore. Visitare questi musei dà generalmente l’impressione di fare un percorso all’indietro nel tempo, come accade nei musei storici. Vi si conservano sempre oggetti della vita quotidiana e strumenti di lavoro, usciti dall’uso, e più raramente viene proposta una documentazione immateriale fatta di immagini, ferme o in movimento, e di apparati sonori. L’esperienza che fa il visitatore gli permette di conoscere pratiche abbandonate o comunque diverse da quelle contemporanee, ma anche di interrogarsi sul senso della ricerca e della conservazione di questi beni culturali ‘altri’, che possono produrre effetti decisamente diversi a seconda del visitatore, della sua età, della sua collocazione sociale, della sua formazione, dei suoi valori.
I progetti di valorizzazione del patrimonio storico della Prima guerra mondiale si inseriscono in un contesto culturale attivo che riconosce alle vestigia belliche un rilevante valore storico-identitario. Fortificazioni, trincee, camminamenti, rifugi e infrastrutture militari, concepiti come parti di un sistema unitario, rappresentano oggi testimonianze materiali e immateriali fondamentali per la memoria collettiva. Nei contesti montani, tuttavia, i processi di trasformazione, degrado e abbandono minacciano la conservazione di tali tracce, frammentando l’originario impianto militare. I progetti mirano quindi a ricostruire le relazioni funzionali e paesaggistiche attraverso attività di ricerca storica, rilievi avanzati, recupero conservativo e messa in sicurezza dei manufatti. La creazione di itinerari storico-culturali ed escursionistici consente di rimettere in rete i frammenti esistenti, intrecciando i tracciati militari con la sentieristica attuale. Le opere della Grande Guerra diventano così “semafori culturali” capaci di connettere passato e presente, rafforzare l’identità locale e promuovere un turismo consapevole e sostenibile. La presentazione verterà sull’illustrazione di una serie di progetti in corso di svolgimento a livello europeo, italiano, lombardo e in Provincia di Sondrio.
Se rigenerare i borghi di montagna è diventata un’urgenza sempre più proclamata nel tentativo di tracciare rinnovate modalità di abitare le terre di mezzo all’insegna della sostenibilità, c’è un bisogno sempre maggiore di definire buone pratiche e concrete sperimentazioni. Esse devono essere in grado di individuare innovativi percorsi operativi facendo emergere differenziate e ponderate soluzioni al complesso e interscalare problema che ha portato a un tempo allo spopolamento delle aree interne e, parallelamente, all’abbandono di quell’edilizia rurale di origine medievale, che, dopo avere strutturato per secoli il paesaggio, rischia ora, nel giro di breve tempo, di diradarsi in gran parte.
È necessario quindi che le strategie messe in campo perseguano, da un lato, un’attenzione consapevole alla valorizzazione paesaggistica e delle preesistenze, ma, dall’altro, concorrano a formulare nuove modalità di trasformazioni territoriali e architettoniche in accordanza con il contesto, al di fuori di ogni mimetismo, in grado di essere elementi germinatori di nuovi processi evolutivi di tipo endogeno.
S’intende perciò porre all’attenzione il lungo percorso di ricerca operante, finanziato nell’ambito dei Bandi Emblematici Maggiori di Fondazione Cariplo (Radici 1 e Radici 2), elaborato dalla unità di ricerca facente capo al Politecnico di Milano e coadiuvata, nel processo conoscitivo prodromico, dalle unità dell’Università di Bergamo del prof. Rao e del prof. Lucarelli. Luogo di cimento della ricerca è stato inizialmente la Contrada di Polaggia (frazione di Berbenno di Valtellina), per poi estendersi in questa seconda fase (tutt’ora in corso) all’area da noi denominata ‘Le Terre della Pieve’ (Berbenno di Valtellina, Postalesio, Cedrasco, Fusine e Colorina).
Le strategie di trasformazione territoriale e di prefigurazione di nuovi scenari ‘spaziali’, elaborati alle diverse scale, sono state perseguite attraverso una metodologia che prevede la costruzione di vere e proprie ‘sinopie’, in cui sono raccolte e fatte emergere tutte quelle risorse, materiali e immateriali, paesaggistiche e monumentali, ma anche quegli elementi che preludono a possibili sviluppi infrastrutturali ed economici, rinvenute sul territorio (“l’urbanistica si fa con i piedi”, cit. Bernardo Secchi). Su queste specie di ‘tavolozze’, sono state progettate e proposte alle diverse nuove prefigurazioni alle diverse scale, da quella territoriale, a quella urbana, fino ad arrivare alla scala architettonica. Questo processo ha generato (e sta generando) degli spin off concreti, come la realizzazione di un Social Housing per giovani coppie, appena terminato, insignito della menzione speciale al Wood Architecture Prize, e molte altre progettualità in cerca di finanziamenti.
Fra il 1880 e il 1920 si compie in Valtellina una profonda trasformazione del paesaggio naturale e urbano attorno all’irreggimentazione e all’uso delle acque, che da storico flagello del territorio si trasformano in risorsa e fattore essenziale di sviluppo economico e civile.
L’alluvione del 1888, la più grave e disastrosa della seconda metà dell’Ottocento, segna, da questo punto di vista, una vera e propria cesura nella storia del territorio valtellinese. Le opere di sistemazione del corso dell’Adda e della Mera che, in seguito ad essa, vengono realizzate, unite alle prime bonifiche, non solo ridisegnano il paesaggio agrario di fondovalle - allora in parte ancora paludoso - ma sono ora concepite non più solo a difesa dei centri abitati, ma anche a protezione della nuova linea ferroviaria che dal 1885 unisce Colico a Sondrio e dal 1894 collega Sondrio e Chiavenna a Milano.
È grazie alla ferrovia che ai primi del ‘900 decolla il moderno sviluppo turistico della Valle attorno alle acque termali di Bormio, della Valmasino, di Madesimo e alle acque ferruginose di S. Caterina Valfurva.
Contemporaneamente nuovi bisogni civili, connessi a una maggiore sensibilità igienico-sanitaria, portano alle realizzazione nei centri urbani maggiori dei primi moderni acquedotti, fondati sull’analisi scientifica della potabilità delle acque.
Ma a trasformare definitivamente le acque in fattore di sviluppo è in Valtellina, alla fine dell’Ottocento, la tecnologia per la produzione di energia idroelettrica e il suo trasporto a grande distanza. Fra il 1894 e il 1911 quasi tutti i comuni valtellinesi si dotano di illuminazione elettrica alimentate da piccole centraline sui torrenti gestite da società locali; nel 1901 viene realizzata la grande centrale di Campovico, per l’elettrificazione della linea ferroviaria Lecco-Sondrio, mentre fra il 1906 e il 1920 i grandi gruppi nazionali procedono in tutta la valle alla costruzione dei primi imponenti impianti idroelettrici che consentiranno lo spettacolare sviluppo dell’industria lombarda e la municipalizzazione dei grandi servizi pubblici elettrici e tramviari a Milano.
L’intero sistema idrografico della provincia viene così progressivamente messo per la prima volta sotto controllo e al paesaggio naturale della valle si sovrappone un nuovo paesaggio tecnologico fatto di architetture industriali, condutture ed elettrodotti che si si innervano nelle viscere della montagna in un generale riassetto degli equilibri idrogeologici del territorio che ridisegna la vita delle acque, aprendo anche in alta quota, coi grandi invasi artificiali, nuovi scenari paesistici.
Cosa significa abitare la montagna? È possibile dare a questa domanda la stessa risposta col passare del tempo? Oppure esiste una evoluzione del significato che attribuiamo al concetto di abitare? E ancora, quali sono le condizioni materiali che rendono possibile un abitare in senso pieno?
Cercherò di approcciarmi a queste domande limitando le mie riflessioni al mandamento di Sondrio nel contesto alpino negli ultimi 50 anni.
Anche delimitando il campo a uno spazio preciso e a un intervallo temporale recente ci troviamo dinanzi ad un territorio eterogeneo che si estende fra le Alpi Retiche e le Orobie in cui oggi vivono circa 35000 persone. Come è cambiato negli ultimi 50 anni il modo di vivere questi luoghi? Che lavori si svolgevano e si svolgono? Che servizi hanno avuto e hanno a disposizione gli abitanti del mandamento di Sondrio? Come si sono mossi e si muovono in questo territorio nelle loro giornate? Come ne hanno avuto e ne hanno cura?
I dati che commenterò ci aiuteranno ad approcciarsi al tema come a un problema rilevante per le politiche pubbliche. Cercheremo quindi di guardare al mandamento di Sondrio come ad un’area per la quale porsi il compito di delineare una strategia di sviluppo locale. L’uso sostenibile del capitale culturale e paesaggistico presente in questi territori rappresenterà uno degli aspetti più rilevanti della nostra riflessione.
Cercheremo anche di capire – alla luce dei dati raccolti e di alcuni esempi – se la nostra area di riferimento possa essere trattata come un unico sistema, oppure vada innanzitutto compresa come un insieme di sistemi locali.
Infine, proveremo a dare qualche spunto di riflessione che guardi all’abitare montano anche alla luce della dispersione delle reti relazionali che sembrano caratterizzare la sua storia recente.
La tesi che vorrei sostenere – o quanto meno porre all’attenzione dei presenti – è la seguente: tornare ad abitare la montagna presuppone un insieme di azioni che innanzitutto non disgreghino le relazioni di chi è cresciuto in quei luoghi. Ciò significa anche costruire dei momenti in cui chi da quei luoghi è andato via possa ritornare per prendersene cura. Questo è un problema complesso, per sua natura interdisciplinare, ma che attiene anche alla politica economica.
Il paesaggio alpino viene letto come un processo storico in continua trasformazione, superando l’idea di un ambiente immutabile e cristallizzato nel tempo. Attraverso il caso del mandamento di Sondrio si ripercorrono le principali fasi di costruzione del territorio valtellinese, dal ritiro dei ghiacciai alla fine dell’ultima glaciazione alle prime frequentazioni mesolitiche, fino alla progressiva strutturazione del territorio tra l'età dei metalli e la romanizzazione.
I dati archeologici, intrecciati con le dinamiche ambientali, mostrano come ogni fase abbia lasciato tracce materiali e organizzative, contribuendo alla definizione di un paesaggio stratificato, frutto dell’interazione costante tra fattori naturali e azione umana. Terrazzamenti, sistemi di controllo del territorio e forme insediative raccontano una lunga storia di adattamenti, scelte economiche e costruzione di identità.
La parte conclusiva affronta il tema della tutela dei beni paesaggistici, sollevando alcune questioni legate alla loro definizione, al rapporto tra conservazione e trasformazione e al ruolo della ricerca come fondamento di ogni consapevole azione di tutela e valorizzazione.
La ricerca storica sul paesaggio alpino si sviluppa intrecciandosi con motivi cruciali della cultura italiana: nell’Ottocento e nel primo Novecento prende le mosse dagli interessi politici ed etnografici legati alla Nazione e al confine alpino, ai quali resta a lungo legata, ma si accompagna anche, nello stesso tempo, al fascino per la rappresentazione pittorica e fotografica della montagna. Nel secondo dopoguerra la ricerca raccoglie le suggestioni della nostalgia per le valli come “riserva” nell’Italia del miracolo economico, e si nutre di studi etnografici di antica tradizione (come quelli sulla dimora naturale) ma anche del rinnovamento scientifico della disciplina avviato in Italia da E. Sereni; soprattutto è alimentata dal rinnovamento degli studi geografici e poi antropologici (di autori stranieri ed italiani) approdando, alla più recente produzione di taglio sociale ed ecologico.
Lezioni Radici 1
CICLO DI INCONTRI 2020/2021: PAESAGGI STORICI DEL MANDAMENTO DI SONDRIO. Temi, strumenti e prospettive
LE NUOVE PROSPETTIVE DELLA STORIA LOCALE
Massimo Della Misericordia - Università Milano Bicocca
SOCIETÀ, RELIGIONE E PAESAGGI NELLA VALTELLINA PREISTORICA
Angelo Martinotti - Istituto Archeologico Valtellinese
IL TERRITORIO, L’ABITARE DELLA COMUNITÀ E LE GERARCHIE INSEDIATIVE
Serena Solano - Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Brescia
Massimo Della Misericordia - Università Milano Bicocca
Guglielmo Scaramellini - Università degli Studi di Milano
IL PAESAGGIO NOBILIARE: CASTELLI, TORRI E PALAZZI FRA MEDIOEVO ED ETÀ MOD
Riccardo Rao - Università degli Studi di Bergamo
Massimo Della Misericordia - Università Milano Bicocca
Giorgio Baruta - Società Storica Valtellinese
IL PAESAGGIO ALPINO E LE ATTIVITÀ DELLA MONTAGNA
Liliana Martinelli Perelli - Università degli Studi di Milano
Guglielmo Scaramellini - Università degli Studi di Milano
Paolo de Vingo - Università degli Studi di Torino
IL SACRO: LUOGHI, PRATICHE E ISTITUZIONI
Elisabetta Canobbio - Archivio storico della Diocesi di Como
I CIRCUITI CULTURALI: CENTRI E PERIFERIE DEI LINGUAGGI FIGURAT
Alessandro Rovetta - Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
LA LINGUA DEL PAESAGGIO MONTANO
Gabriele Iannaccaro - Università degli Studi di Milano
LA MEMORIA DEL TERRITORIO: ARCHIVI E DOCUMENTI
Rita Pezzola - Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere
TERRITORIO, LUOGHI, PAESAGGIO: LINGUAGGI ED ESTETICHE
Luisa Bonesio - Università degli Studi di Pavia