LA VAL VENINA E IL SUO PAESAGGIO ARCHEO-MINERARIO
La Val Venina, o meglio il bacino del torrente Venina, è l'areale imbrifero più esteso delle Orobie Valtellinesi. Le sue acque nascono dall'unione di più convalli – Vedello, Ambria (o Zappello) e Venina propriamente detta – e scendono fino a sboccare in Valtellina presso Busteggia di Piateda, all'altezza di Vedello. Il ramo più occidentale, quello che sale oltre Ambria, è la Val Venina in senso stretto: qui un'antica mulattiera raggiunge la storica diga e il lago di Venina, collega gli alpeggi d'alta quota e, attraverso il passo omonimo, mette in comunicazione la Valtellina con l'alta Val Brembana, sul versante meridionale delle Orobie.
Da un punto di vista naturalistico, l'alta Val Venina è una tipica valle sospesa di origine glaciale: versanti ripidi, un fondovalle a moderata pendenza, terrazzi con depositi glaciali ben conservati. Salendo da Vedello verso la diga si incontrano le filladi grigio-argentee di Ambria, che hanno dato pietra da costruzione al pittoresco villaggio omonimo; oltre la diga prevalgono i paragneiss, fino a raggiungere, presso la testata della valle, un affioramento di rocce chiare – gli "Gneiss del Corno Stella" – noto agli escursionisti e ai climber come "Scudo del Venina".
Un paesaggio del ferro
Proprio in questo tratto d'alta quota, tra i 2.150 e i 2.200 metri, si conserva uno dei paesaggi archeo-minerari più significativi delle Orobie: il sito della "Vena" o "Calera", dove per secoli è stato estratto e lavorato il ferro. Qui la vena mineralizzata di siderite affiora al contatto tra gli ortogneiss chiari e le rocce sedimentarie della "Formazione del Pizzo del Diavolo"; insieme alla siderite, il carbonato di ferro più diffuso, si trovano tracce di ematite, pirite, calcopirite e altri minerali metallici.
Il sito conserva ancora oggi i resti del villaggio minerario e un forno di arrostimento, dove il minerale veniva pre-trattato prima di essere avviato alla riduzione. Rilievi aerofotogrammetrici e ricostruzioni tridimensionali, incrociati con la cartografia storica – dal Catasto Lombardo-Veneto del 1815 alle mappe settecentesche – hanno permesso di ricostruire con precisione l'estensione delle strutture e la loro relazione con la viabilità storica: dal crocevia della "Vena" partivano infatti percorsi verso il Passo dello Scoltador (un tempo Passo della Vena) e la Val del Livrio, verso il Passo di Venina e l'alta Val Brembana, e verso il Passo Brandà in direzione della Val d'Ambria.
Le indagini archeometriche condotte sui reperti di Piateda e Fusine hanno permesso di studiare le fasi iniziali del ciclo produttivo del ferro, dall'estrazione alla prima preparazione del minerale, testimoniando uno sfruttamento minerario di lunga durata in quest'area.
Il grande forno di arrostimento
La struttura più imponente e meglio conservata del sito è il grande forno di arrostimento, chiamato in dialetto locale "regrana", posto proprio all'ingresso dell'area estrattiva. Realizzato interamente in muratura a secco, raggiunge circa 4 metri di altezza e 10 metri di larghezza massima, appoggiandosi con il lato orientale a un dosso naturale su cui si è accumulato nel tempo un consistente cumulo di minerale abbandonato. Al centro della struttura si apre un grande "ventre" a forma di tino, con un'ampia bocca circolare di 4,5 metri di diametro che ne facilitava il caricamento; sul fronte principale, una profonda apertura ogivale racchiude, nella parte più bassa, una piccola apertura quadrangolare da cui, a cottura ultimata, il minerale raffreddato veniva estratto con badili.
Il forno veniva riempito a strati alterni di carbone (o legna) e minerale fino a circa tre quarti del suo volume, e la combustione proseguiva per diverse ore sotto il controllo continuo degli addetti, che dovevano regolare l'apertura basale per evitare che il fuoco si spegnesse o si surriscaldasse troppo. Questa prima "cottura" – l'arrostimento vero e proprio – serviva a eliminare buona parte delle impurità del minerale, che perdeva così circa un quarto del proprio peso, risultando più facile da trasportare verso i forni fusori di valle. Dopo la cottura, la vena veniva lasciata stagionare all'aperto, poi frantumata in piccoli pezzi e infine trasportata a dorso di mulo fino a Vedello. Ancora oggi, nello spiazzo antistante il forno, si trovano abbondanti tracce di minerale arrostito e i resti in pietra a secco degli edifici che ospitavano gli operai, gli attrezzi e gli animali da soma.